ALBERTO BURRI

Nasce a Città di Castello nel 1915, muore a Nizza nel 1995. Insieme a Lucio Fontana può considerarsi l’artista italiano che ha dato maggior contributo alla scena creativa internazionale del secondo dopoguerra, rivoluzionando i linguaggi del contemporaneo. Studia a Perugia medicina e si laurea nel 1940. Durante la guerra, ufficiale medico, viene fatto prigioniero e finisce nel campo di Hereford in Texas. Sarà questa una esperienza fondamentale: con i materiali a disposizion – sacchi di juta – comincia a dipingere, cucendo e rattoppando la tela improvvisata, aggiungendo grandi colate di rossi e neri. Tornato in patria, a Roma, lascia la professione per la pittura. Sarà poi nella prima metà degli anni Cinquanta che Burri metterà a punto i suoi celebri Sacchi, superfici astratte nate da lacerazioni e rattoppi che hanno una “vita organica” autonoma, come testimonia l’artista stesso. Nel ’47-48 tiene la prima personale alla Galleria La Margherita: la serie è quella dei Catrami, caratterizzati da grandi colature che evidenziano la ruvidezza della materia. Con le sue pomici, sabbie e smalti, Burri è un informale eccentrico. Soggiorna a Parigi, espone ai Salons des Realités Nouvelles, lavora ai Sacchi (che Robert Rauschenberg vedrà, facendone tesoro). Partecipa alla fondazione del gruppo Origine con Ballocco, Capogrossi e Colla, è invitato alla sua prima Biennale di Venezia (1952) e l’anno dopo è già in America, consacrato al Guggenheim di New York e poi con personali a Chicago. Il tour statunitense dura due anni, pieni di successi. Produce le Muffe, i Gobbi (che attraverso la modellazione della superficie dall’interno assumono un aspetto scultoreo) cui succedono nel ’58 i Ferri e nel ’59 i Legni, fino ad arrivare negli anni Sessanta alle Plastiche dove la combustione della materia serve per allestire una composizione geometrica che si dipana sulla superficie, apre squarci e ricrea armonie nuove. La materia ha ormai una sua Storia, possiede una travagliata esistenza. La tela non è un supporto ma una protagonista a tutti gli effetti di una narrazione emotiva e coinvolgente. Le muffe seguono un processo di mutamento chimico, legni ferri e plastiche vengono bruciati e, più tardi, negli anni Settanta, la serie dei Cretti – ottenuti con vinavil, acqua e terre sintetiche – si screpolano e formano delle rughe a contatto con l’aria. L’impaginazione dello spazio a parete si espande all’ambiente e Burri, nel 1984, porta a termine un’installazione di Land Art – un grande Cretto – che va a ricoprire in 136mila metri quadrati, quasi un sudario della memoria, la parte di città vecchia di Gibellina distrutta dal terremoto. Con i Cellotex (materiale usato per la coibentazione dei tetti) il cammino nel polimaterismo di Burri può dirsi completo. Sono intelaiature architettoniche-spaziali, severe, “muri” astratti. Le antologiche dell’artista sono già presenti negli anni Sessanta, decennio percorso da numerose mostre in Italia e all’estero: Parigi, Roma, L’Aquila, Houston, Minneapolis, Buffalo, Pasadena, fino alle retrospettive storiche a Darmstadt, Rotterdam, Torino e Parigi (1967-1972). Le esposizioni si intensificano negli anni Settanta – Assisi, Roma, Lisbona, Madrid, Los Angeles, San Antonio, Milwaukee, New York (antologica nel 1977), Napoli. Gran parte delle opere di Alberto Burri si possono vedere, oltre che in molti musei pubblici – alla Fondazione Albizzini di Città di Castello a lui dedicata e presso gli Ex Seccatoi del Tabacco. Queste ultime sono architetture dipinte di nero all’esterno per desiderio di Burri, contenitore ideale per i grandi cicli pittorici come Il Viaggio, Orsanmichele, Sestante, Rosso e Nero, Annottarsi, Non Ama il Nero. Nel 2005, le Scuderie del Quirinale di Roma hanno reso omaggio all’artista con una grande esposizione che documentava la centralità della sua figura nell’arte del XX secolo.

Le opere di ALBERTO BURRI