GIUSEPPE CAPOGROSSI

Nasce a Roma nel 1900 dove muore nel 1972. Nel 1922 consegue la laurea in giurisprudenza, dopo la quale viene introdotto, dallo zio gesuita, come apprendista nello studio dell’affreschista e grafico Giambattista Conti. Disegna e produce copie dai maestri antichi, Michelangelo e Piero della Francesca. Nel 1923 entra alla scuola di Nudo a Roma di Felice Carena. Espone per la prima volta insieme a Cavalli e Di Cocco nel 1927 in una mostra collettiva presso la Galleria Dinesen dove propone opere di piccolo formato, un autoritratto e alcune vedute di Roma. Nel 1930 partecipa alla XVII Biennale Internazionale d’Arte di Venezia. Rinsalda in questo periodo i legami di amicizia e di lavoro con Cagli e Cavalli, insieme ai quali espone a Roma nello stesso anno, riproponendo la stes- sa mostra nel 1933 a Milano presso la Galleria Il Milione. Nel mese di dicembre, sempre con Cagli e Cavalli, si presenta a Parigi alla Galleria Jacques Bojan; il testo critico è scritto da Waldemar George che usa per loro l’espressione Ecole de Rome. Nonostante i contatti con le figure principali della Scuola Romana – Scipione e Mafai – la sua pittura ha una diversa esigenza compositiva, do- vuta agli echi del cubismo. Già in Due chitarre (1948) la semplificazione risulta evidente. È invitato alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia negli anni 1934, 1936, 1948, 1950, 1952, 1954, 1962, 1964 e nel 1968 è presente alla Quadriennale Nazionale d’Arte di Roma. Nel 1936 e nel 1937-1938 dedica alcune sue opere alla mostra del Sindacato Fascista delle Belle Arti. Partecipa al Premio Bergamo nel 1939, 1940 e 1942. Nel 1949 soggiorna in Austria per diverso tempo, tiene collettive a Linz e Vienna. Nel 1950 a Roma vengono presentate le prime opere astratte, non da tutti accolte con favore. “Tutti pensavano che con le Due chitarre io avessi compiuto la mia svolta e non potevano accettare un’altra ancora più decisa, così su due piedi… Non sono affatto agitato, nonostante gli attacchi che mi vengono fatti da tutte le parti”, dice l’artista. Dopo una figurazione tonale e poetica, Capogrossi si avvia quindi verso l’astrattismo privilegiando la ricerca di una metrica, moduli grafici ricorrenti, disegnati sulla tela secondo precisi ritmi spaziali e strutture compositive. Il suo marchio sarà una sorta di pettine, tetradente o forcina che detterà l’impaginazione del quadro. È dunque assai significativa la sua adesione al manifesto spazialista di Fontana, Crippa e Dova. Nei mesi successivi è di nuovo a Milano, alla Galleria Il Milione e a Venezia, al Cavallino. Con Ballocco, Burri e Colla fonda nel 1951 il Gruppo Origine. Invia suoi lavori al Salon de Mai di Parigi e alla IX Triennale di Milano. Nel 1954 riceve il premio Einaudi. Nel 1955 è presente alla mostra Documenta I di Kassel (dove tornerà per la seconda edizione) e alla III Biennale di S. Paolo che lo inviterà ancora negli anni successivi. Nel 1959 partecipa alla III Biennale della Grafica di Venezia e riceve il Premio dell’In- cisione. Nel 1960 è alla II Biennale Internazionale di Tokyo. Si susseguono le mostre importanti in Italia e all’estero per tutti gli anni Sessanta e Settanta (Venezia, Torino, Roma, Parigi, Lisbona, Londra, Lubiana, San Paolo). Viene storicizzato in questi anni con le monografie di Seuphor, Tapiè, Argan. Nel 1974 la GNAM organizza una mostra complessiva sulla sua produzione. Alla Collezione Guggenheim di Venezia a settembre 2012–febbraio 2013 è allestita l’ampia retrospettiva a cura di Luca Massimo Barbero in collaborazione con la Fondazione Capogrossi.

Le opere di GIUSEPPE CAPOGROSSI