Carlo Carrà

Nasce a Quargnento (Alessandria) nel 1881 e muore a Milano nel 1966. Il suo percorso artistico può considerarsi una sorta di mappatura dei primi decenni del Novecento, che documenta fase per fase aderendo ai nuovi linguaggi: Divisionismo, Futurismo, Metafisica, Realismo lirico. Nel 1893, adolescente, lascia la famiglia per fare l’apprendista decoratore a Valenza Po; due anni dopo, a Milano, vede le opere divisioniste, apprezzando in particolare Segantini e Previati. Tra la fine del secolo XIX e il 1900 è a Parigi: lavora alle decorazioni dei padiglioni dell’Esposizione Universale. Va a Londra ma nel 1905 rientra a Milano e frequenta l’Accademia di Brera dove incontra Boccioni. Le permanenze all’estero gli hanno fornito quell’apertura mentale che lo preparano nel salto verso il Futurismo. Nel 1910, l’incontro con Marinetti segna la sua strada: lasciatosi alle spalle i paesaggi, firma il Manifesto dei pittori futuristi (elaborato con Boccioni, Russolo, Severini, Balla), seguito poi dal Manifesto tecnico della pittura. La sua opera più conosciuta, oggi al Moma di New York, è I funerali dell’anarchico Galli del 1911: è ritenuta una bandiera del Futurismo per quell’accalcarsi della folla e la rissa con la polizia. “Vedevo innanzi a me la bara tutta coperta di garofani rossi ondeggiare minacciosamente sulle spalle dei portatori; vedevo i cavalli imbizzarriti, i bastoni e le lance urtarsi, sì che a me parve che la salma avesse a cadere da un momento all’altro in terra e i cavalli la calpestassero”, scrive Carrà. Il quadro è esposto a Parigi (nella mostra storica Les peintres futuristes italiens), Londra, Berlino, Amsterdam. Nella capitale francese Carrà conosce i cubisti, ma anche Matisse, Derain e Modigliani. In Italia è vicino al gruppo fiorentino della rivista Lacerba. Lavora a collage e nature morte, scrive Guerrapittura esaltando la politica interventista. In un quadro come l’Antigrazioso del 1916 – acquistato da Papini – prende le distanze dal Futurismo e anticipa alcuni temi che saranno propri della Metafisica e poi del Ritorno all’Ordine: semplificazione, purezza formale, figure arcaiche, fantocci-manichini. La tradizione italiana della pittura, in primis Giotto e Paolo Uccello, sui quali pubblica importanti scritti, hanno sostituito Picasso, Apollinaire e le avanguardie tutte. Chiamato alle armi, nel ’17 conosce Giorgio De Chirico a Ferrara, suo compagno di ospedale militare. Incontra anche Savinio, Govoni, De Pisis. «Lo stato della mia salute peggiorava, finché si rese necessario ricoverarmi in un nevrocomio militare fuori di Ferrara. Il direttore dell’ospedale, colonnello Gaetano Boschi, mi usò molti riguardi e mi fece assegnare una cameretta acciocché io potessi dipingere… In questa camera dipinsi Solitudine, La camera incantata, Madre e figlio, La musa metafisica». Collabora assiduamente con Valori Plastici. Nel ’21, durante un’estate in Liguria dipinge uno dei suoi capolavori, Pino sul mare: è il periodo del Realismo lirico, segnato dal suo amore per la Versilia, dove soggiorna nella sua casa di Forte dei Marmi. Nel 1922 espone alla Biennale di Venezia, presenta I Dioscuri e La casa dell’amore, dividendo la critica, ma nel ’28 ha una sala personale. L’attività espositiva diviene intensa negli anni Trenta e Quaranta – Quadriennale, Triennale, Milione, di nuovo Biennale che nel ’50 lo premia – costellata anche di molti viaggi all’estero. Roberto Longhi scrive una monografia sulla sua produzione. Dal ’41 è docente a Brera e l’anno dopo pubblica l‘autobiografia (La mia vita, Longanesi) che è anche un trattato di pittura. Dopo la guerra, si dedica alla critica, all’illustrazione e alla grafica. Nel ’62 il Palazzo Reale di Milano allestisce una grande mostra. Fra le retrospettive più recenti, quella alla GNAM del 1994, al Centre Saint Benin di Aosta nel 2003 (curata, fra gli altri, dal figlio Massimo). Nel 2012 la Fondazione Ferrero di Alba (Cuneo) gli rende omaggio con un’ampia antologica.

Le opere di Carlo Carrà