PIETRO CONSAGRA

Nasce a Mazara del Vallo nel 1920 e muore a Milano nel 2005. Dopo gli studi all’Accademia di Palermo, lascia la Sicilia per stabilirsi nel ’44 a Roma. Frequenta Mafai, Turcato e Guttuso con cui condivide lo studio. Nel ’47 è tra i protagonisti di Forma 1, il gruppo di artisti – Dorazio, Perilli, Turcato, Attardi, Guerrini e Sanfilippo – che si prese la «libertà di essere a un tempo marxisti e astrattisti», deviando dai dibattiti che vedevano mal coniugarsi i due termini. Nel ’49 partecipa alla mostra sull’arte astratta presso la Fondazione Peggy Guggenheim a Venezia. Nel 1950 sbarca in Biennale (dove tornerà nel `56, `60 e `72). Il suo percorso espressivo viene affinato a Parigi, in un viaggio organizzato dalla gioventù comunista. Lì osserva le forme organiche di Brancusi e Arp ma anche le filiformi apparizioni di Giacometti. La sua ricerca si sviluppa realizzando sculture verticali di ferro, di eco costruttivista, con valore totemico. Aspira alla frontalità dell’opera così da poter arrivare a ciò che appare come una contraddizione: la bidimensionalità della scultura. Superfici levigate, ricamate quasi nel marmo, legni bruciati rappresentano l’alleggerimento della materia. Scrittore e critico, collaboratore di molte pubblicazioni d’arte, nel libro La necessità della scultura (1952) risponde a Arturo Martini che aveva decretato la morte di quel linguaggio (fra le sue opere letterarie, si segnala l’autobiografia Vita mia del 1980). È ormai un artista riconosciuto internazionalmente. Espone a San Paolo in Brasile, a New York, a Parigi, a Documenta Kassel in più edizioni. Nel ’60 la Biennale gli dedica una sala personale e lo premia. Consapevole dell’eco della Pop americana esegue una serie di pitture a smalto che lo conducono alla svolta della scultura cromatica (Ferri trasparenti). Soggiorna in America dove insegna e espone (alla Malborough e al Guggenheim di New York). A fine anni Sessanta, con le Sottilissime porta lo spessore dell’opera a una bidimensionalità estrema, la superficie si aggira intorno ai due decimi di millimetro. S’interessa all’urbanistica e alla dimensione monumentale dell’arte. Propone quindi Edifici frontali, forme abitabili senza angoli retti, curvilinee, quasi trasparenti. L’intento è superare la funzionalità pratica per permettere di vivere uno spazio che sia mobile, in contrasto alla pesantezza immobile di mattoni e cemento. Con le sculture abitabili tende ad annullare lo spessore sino a giungere alle lamine sottili della grande Città frontale, una proposta urbanistica polemicamente utopica cui ha dedicato anche l‘omonimo pamphlet (1969). Sulla scia della sua idea, progetterà il Meeting a Gibellina (1976) e l’Arco sull’autostrada. Nel 1969 conosce la critica femminista Carla Lonzi, che diviene la sua compagna. Nel 1978 è tra i promotori di un documento sulla salvaguardia dei centri storici (Carta di Matera). Per la ricostruzione di Gibellina nel Belice realizza nel 1981 una stella di 24 metri, in acciaio inox: la Porta del Belice. Fra le sue ultime grandi opere, nel 1998, esegue la scultura in marmo, dedicata a Giano di Largo Santa Susanna a Roma. Si ricordano l’antologica della GNAM di Roma dell’89 (nel 1993 ha inaugurato la sala permanente dell’artista), le personali di Palermo, Osaka, l’antologica all’Ermitage di san Pietroburgo (1993). Nel 2001 è alla Biennale internazionale del Cairo, nel 2007-8 l’omaggio di Verona, alla galleria Lo Scudo e al museo Castelvecchio. Nel 2012 si tiene la retrospettiva a Serrone della Villa Reale di Monza.

Le opere di PIETRO CONSAGRA