LUIGI VERONESI

Nasce a Milano nel 1908 dove muore nel 1998. Veronesi è stato un grande sperimentatore di linguaggi, mescolando il disegno dei tessuti (che pratica a Parigi), pittura, fotografia, grafica, teatro, cinema ed editoria. Si forma presso l’atelier di Carmelo Violante, pittore napoletano che lo inizia all’arte paesaggistica e figurativa. Fra i maestri del passato guarda soprattutto al secessionista Klimt per il suo colore-luce. Fondamentale sarà per lui la lezione del Bauhaus (Kandinsky, Klee, Schlemmer) che lo indirizza verso l’astrattismo, mentre approfondisce le sue conoscenze matematiche. A metà anni Trenta stabilisce rapporti di amicizia con molti esponenti di quella scuola e in particolare con Moholy Nagy, incontrato in Svizzera. E nei suoi frequenti soggiorni a Parigi stringe i rapporti con Léger e Vantongerloo. Nel ’34 è al Milione di Milano: espone, insieme a Josef Albers, una serie di incisioni non figurative. L’anno dopo partecipa alla prima collettiva di Arte Astratta D’Italia nello studio dei pittori Felice Casorati e Enrico Paolucci a Torino, con gli artisti Oreste Bogliardi, Cristoforo De Amicis, Ezio D’Errico, Lucio Fontana, Virginio Ghiringhelli, Osvaldo Licini, Fausto Melotti, Mauro Reggiani e Atanasio Soldati, i quali firmano il Manifesto della Prima Mostra Collettiva di Arte Astratta Italiana. Nel ’36 illustra il libro di geometria di Leonardo Sinisgalli. Aderisce al Gruppo Abstraction-Création: presenta i bozzetti per Le Rossignol di Stravinskij e per Anatema di Andreev, comincia una serie di ricerche sul fotogramma e la solarizzazione: la passone verso questo linguaggio l’ha ereditata dal padre. Già nel ’27 sperimenta le possibilità del mezzo fotografico: “Non una vera fotografia, ma solo la registrazione della forma, della trasparenza, delle ombre degli oggetti”, spiega. Linea, colore, forma (cerchi, quadrati, triangoli…) sono gli unici soggetti anche dei suoi dipinti. Nel 1935 partecipa alla prima mostra collettiva di arte astratta a Torino e realizza dieci bozzetti di costumi per Pelléas et Mélisande di Claude Débussy. È presente alla Triennale di Milano nel 1936. Lo stesso anno espone a Como con Lucio Fontana, Virginio Ghiringhelli, Osvaldo Licini, Alberto Magnelli, Fausto Melotti, Enrico Prampolini, Mario Radice, Mauro Reggiani, Manlio Rho e Atanasio Soldati. Continua intensa l’attività di scenografo teatrale: Skrjabin, Kandinsky e Schönberg vengono interpretati a base di luci e variazioni cromatiche. Alla fine degli anni Trenta realizza nove film astratti. Nel dopoguerra aderisce al Mac, Movimento Arte concreta. Collabora col Gruppo Teatrale Palcoscenico, in cui esordiscono Paolo Grassi e Strehler: lo interessa soprattutto il teatro musicale che gli permette di studiare il rapporto fra arti visive e musica. Come scenografo sarà impegnato con la Scala di Milano per tutti gli anni Ottanta e Novanta. Durante la guerra utilizza le sue conoscenze di grafica e design e diviene falsario per il Movimento di Liberazione Nazionale. Nel dopoguerra fu cofondatore del gruppo fotografico La Bussola. Lavora per molti anni come grafico e pubblicitario. Negli anni Sessanta con l’aiuto di uno strumento di misurazione, lo spettroscopio, riesce, come aveva fatto tempo prima il compositore scenografo russo Skrjabin, ad associare un colore alla lunghezza d’onda di ogni tono. Il rapporto suono/colore, indagato negli anni, confluirà in un libretto nel 1977 dove viene redatta una possibile partitura della percezione. All’Accademia di Brera gli viene assegnata la cattedra di Scienza del colore. Nel 1986 ha una sala personale alla Biennale di Venezia e nel ’90 una antologica a Palazzo Reale, Milano. Nel 2011-2012, la Fondazione Ragghianti di Lucca dedica ai suoi Ritmi visivi una restrospettiva.

Le opere di LUIGI VERONESI