MARINO MARINI

Nasce a Pistoia nel 1901 e muore a Viareggio nel 1980. È stato il più grande scultore italiano insieme ad Arturo Martini e a Firenze il museo a lui dedicato custodisce circa 183 opere. I suoi esordi avvengono nel campo della pittura e del disegno quando a Firenze segue i corsi di Galileo Chini all’Accademia di Belle Arti, ma anche quelli di Domenico Trentacoste di scultura. “Ho cominciato a dipingere, ma a un certo punto ho avuto bisogno della forma, ero attratto dal colore e dalle emozioni che mi dava, ma non era abbastanza per me”. Nel ’29 è a Milano: ha conosciuto a Monza Arturo Martini che lo invita a occupare la cattedra di scultura presso la scuola d’arte di Villa Reale di Monza. Prende casa vicino a una scuderia e disegna, infaticabile, i cavalli. Frequenta il gruppo di Novecento, soggiorna a Parigi dove conosce Maillol, Picasso, Laurens. Due anni dopo realizza Ersilia, in legno policromo, considerata un caposaldo del suo stile che va in direzione anti-classica e primordiale. Alla prima personale a Milano del ’32 segue il premio alla Quadriennale di Roma del ’35. Ha inaugurato il ciclo che resterà fondamentale in tutta la sua produzione del “cavaliere” e della “pomona”, figura della fecondità rielaborata dall’arte etrusca (una divinità agreste dalle forme molto sensuali) e dalle statue del medioevo. Nel ’38 incontra Mercedes Pedrazzini che sposerà poco dopo ribattezzandola “Marina” e che sarà la sua compagna per l’intera vita. Durante la guerra è nel Canton Ticino, frequenta Giacometti, Haller, Banniger. Mette a punto la figura dell’Arcangelo (ritratto del cognato) che ispira la serie dei Miracoli e accentua la verticalità gotica. L’esperienza del conflitto segna una mutazione profonda nello stile e nella sua poetica: le linee e la materia si fanno più drammatiche, le forme si aprono e si spezzano, a volte accolgono segni violenti. “I cavalieri hanno perso il loro antico dominio sull’animale e le catastrofi che li colpiscono sono simili a quelle che distrussero Sodoma e Pompei. Io cerco di simboleggiare la fase ultima della decomposizione con un mito, il mito dell’uomo eroico e vittorioso, dell’uomo di virtù degli umanisti”, scrive un Marini profondamente scosso. Il dinamismo delle sue sculture è assai evidente, i cavalli deformati, la materia scarnificata. Nel ’47, tornato in Italia, è presente alla Biennale di Venezia con una sala personale (nel ’52 riceverà in Laguna il Premio alla scultura). Conosce Henry Moore al quale resterà legato da profonda amicizia, rinsaldata con i soggiorni a Forte dei Marmi. Poi parte per New York dove ha un grande successo, incontra Calder, Dalì, Mies van der Rohe, Arp, Stravinskij. Sempre più noto in ambito internazionale, partecipa a numerose mostre – Rotterdam, Stoccolma, Copenhagen, Oslo, Helsinki – fino alle antologiche al Kunsthaus di Zurigo nel 1962 e in Palazzo Venezia a Roma nel 1966. I cavalieri sono ora accompagnati da altre presenze: personaggi circensi e artisti del mondo del teatro interpretati in maniera altamente espressiva. Marini è anche un incisore, ha uno studio dove esegue le acqueforti presso la stamperia di Luigi De Tullio, attività che conosce la sua massima espansione tra i Cinquanta e i Settanta. È, inoltre, un fine ritrattista (in terracotta, bronzo, gesso, argento, legno), interesse che spiega così: “Bisogna entrare nello spirito del personaggio: qui è la difficoltà di immaginare questa fisionomia nello spazio dell’umanità, cioè quello che rappresenta riguardo agli altri uomini, alle altre personalità umane; detto questo, è tutto fatto”. Fra le retrospettive più recenti, si segnala quella alla Glittoteca Nazionale di Atene del 2006.

Le opere di MARINO MARINI