TOTI SCIALOJA

Nasce a Roma 1914 dove muore nel 1998. Artista poliedrico, critico, docente (all’Accademia di Belle arti di Roma di cui è stato anche direttore), scenografo per il teatro e scrittore di deliziose filastrocche per bambini, ha immaginato il suo testamento così: “Sono stato felice ogni volta che il gesto ha preceduto il pensiero”. La sua passione per l’arte l’ha invece raccontata, compiuti i quarant’anni, in un Giornale della pittura, dove ha annotato mniuziosamente gli incontri parigini, gli entusiasmi americani, i ritorni in Italia, la dedizione totale al colore. Completati gli studi classici, nel 1933 Scialoja si iscrive alla facoltà di giurisprudenza che abbandonerà nel ’37. In questi anni frequenta la galleria della Cometa di Mimì Pecci Blunt dove conosce Cecchi, Ungaretti, Savinio, Mirko, Cagli, Mafai, Guttuso. Richiamato alle armi, riesce a esporre per la prima volta (un corpus di disegni) a Genova e nel ’41 a Torino ha come mentore Cesare Brandi, figura fondamentale per la sua formazione. Due anni dopo, approda al teatro, attività che sarà assai prolifica: prepara scene e costumi per L’opera dello straccione all’Argentina e stringe un sodalizio molto duraturo con il coreografo Aurelio Miloss. Intanto continua a esporre, in collettive, alla Quadriennale, allo Zodiaco, (presentato da Moravia). Si divide fra Parigi e Roma, mentre a fine anni Quaranta l’oggetto comincia a scomparire dalle sue tele, sulla scia delle esperienze astratte francesi. Nel ’50 e ’52 è alla Biennale di Venezia e all’estero al MoMa di New York e a san Paolo in Brasile. A metà anni Cinquanta, la svolta verso l’astrattismo e l’adozione dello “straccio” come principio regolatore del quadro, con cui batte sulla tela, assorbendo, cancellando e facendo gocciolare il colore. Nel ’55 a New York conosce la nuova scuola americana, De Kooning, Rothko, Motherwell, Kline. Tornato in Italia dopo aver verificato la strada intrapresa, libera definitivamente il gesto e nascono le Impronte. Espone in collettive Con Afro, Accardi, Novelli, Corpora, Dorazio, Burri. Negli anni Sessanta è di nuovo a New York e le Impronte cambiano dimensione, diventando monumentali. Va poi a Parigi, si divide tra Francia e Italia per seguire gli inviti alle mostre (Roma, Milano, Livorno) Nel ’66 alla Malborough di Roma ha una grande personale e s’intensificano le esposizioni (Zurigo, Francoforte, Roma, Texas). Il decennio dei Settanta lo rivela come poeta per bambini (Amato topino caro, La zanzara senza Z, il Ghiro ghiro tonto). Nell’87 ha un’ampia retrospettiva a Modena e nel ’91 l’antologica alla GNAM di Roma. Le Impronte da informali tracce di colore prodotte dall’automatismo del gesto e materia (lacerazioni, strappi), sono diventate partiture ritmiche.

Le opere di TOTI SCIALOJA